Il nostro Amministratore Roberto Porciello è stato chiamato a dare il suo contributo, insieme ad altri affermati professionisti e manager, al libro: Persone, Amore, Libertà. Un libro ispirato dalla famosa dicotomia di Luciano de Crescenzo che diceva: “gli uomini si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà, a seconda se preferiscono vivere abbracciati l’uno con l’altro oppure preferiscono vivere da soli per non essere scocciati”. Stasera al Teatro Bellini di Napoli la presentazione del libro e quì la riflessione del nostro Amministratore.

Uomini d’amore e di libertà

Quando vidi per la prima volta il celebre film di Luciano de Crescenzo, ricordo che mi interrogai a lungo su questo “dilemma”: Come si fa a riconoscere un uomo d’amore da un uomo di libertà? E quali sono le loro caratteristiche?

Da napoletano sentivo di “dover essere” un uomo d’amore, ma i miei tratti identitari fanno di me indubbiamente un uomo di libertà. Così, alla fine, decisi di trovare una risposta che, al di là degli schematismi che aiutano a definire i concetti, mi conduceva in una zona intermedia destinata alla ragione: amore e libertà sono dimensioni fondamentali dell’esperienza umana e sono strettamente in relazione l’uno con l’altra.

Ma dovendo a tutti i costi identificare un tratto caratteriale dominante che mi definisca come uomo d’amore o di libertà credo di dover scegliere, sia con l’istinto che con la ragione, l’uomo di libertà. Ritengo infatti la libertà un valore assoluto, fondamentale, da cui discendono molti altri, tra cui, appunto, l’amore. Perché anche l’amore vive e si nutre di libertà, non si può veramente amare senza sentirsi liberi e, al contrario, è perfettamente possibile essere liberi senza amare.

Il mio simbolo di libertà non può che essere legato al mare: una barca con un immenso mare intorno, un tramonto, un bicchiere di vino ed un sigaro.

Adoro il mare, non potrei fare a meno del suo odore e della sua presenza. Il mare fa parte di me, è il tratto identitario che mi lega indissolubilmente alla mia terra ed è uno dei motivi che mi ha portato a continuare a vivere ed a lavorare nella mia città. In questo senso, perciò, il mare incarna il mio concetto di amore, ma il mare è anche la più grande e compiuta metafora di libertà. Per questo motivo il mare rappresenta per me il trait d’union indispensabile e ricercato tra la libertà e l’amore.

La libertà è sempre stato il fulcro delle mie scelte personali e professionali. Il desiderio di libertà si incarnava, sin da piccolo, nell’ostinata volontà di determinare il mio futuro soltanto in base alle mie forze ed alle mie scelte, a costo di commettere molti più errori, raggiungere i miei obiettivi con maggiore sforzo e percorrere vie molto più tortuose per raggiungerli, ma questa assenza di vincoli e compromessi mi forniva un gusto incomparabilmente maggiore nel vivere le mie esperienze.

Negli anni della mia maturazione, quindi, la libertà ha coinciso sostanzialmente con la mancanza di condizionamenti. Ed è questo il principale motivo che mi ha portato rapidamente ad uscire dall’azienda e costruirmi, ancora molto giovane, una attività imprenditoriale in proprio.

Oggi, a distanza di molti anni, includerei nella visione di libertà, anche altri valori di cui ho appreso l’importanza nel tempo: la libertà dalle convenzioni limitanti; la libertà di scegliere le persone, le relazioni ed i contesti; la libertà dalla ripetizione e dagli automatismi; la libertà dal pregiudizio e dall’omologazione. Così intesa la libertà diviene per me sinonimo di serenità e felicità.

Il crollo dell’occupazione che investe l’Italia ed il Mezzogiorno da anni fa si che siano soprattutto i più giovani a pagarne le conseguenze. Vedo i nostri ragazzi sempre più spesso costretti ad arrendersi o ad adeguarsi a condizioni di lavoro che ne annullano o ne mortificano le qualità e li sento sempre più frequentemente parlare del lavoro come di uno strumento necessario per raggiungere la propria realizzazione economica, vero fine ultimo delle proprie aspirazioni.

Trovo questo percorso estremamente mortificante per la persona: interpretare il proprio lavoro quale mezzo per raggiungere la realizzazione economica, condurlo senza amore e senza passione corrisponde infatti a privare i propri comportamenti del lato emotivo e riduce il proprio lavoro ad una sequenza di gesti e di comportamenti automatici; pericoloso per le sorti stesse della società civile che si troverà ad ottenere da questi comportamenti un insieme di “prestazioni” e non, come auspicabile, una somma di “contributi” al proprio progresso.

Per questo credo che la capacità di interpretare con amore e con passione il proprio lavoro, la propria professione sia non solo un privilegio per chi riesce a farlo: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita” diceva Confucio, ma anche una occasione di progresso per l’intera comunità.

Avere a che fare con un medico, un avvocato, un insegnante, un dirigente appassionato del proprio lavoro è la premessa per avere una sanità, una giustizia, una formazione, una impresa migliore.